Melanconica

Poiche’ i miei occhi vedono solo
ombre e penombre
e non la luce che ombre e penombre crea;
poiche’ le mie orecchie sentono solo pause e incertezze
e non quel silenzio che contiene piu’ significato di mille parole;

Poiche’ i miei ricordi sono melanconici e sfuggenti:
gesti incompiuti e mai ritrovati, parole sentite e mai ascoltate,
cio’ che non e’ mai accaduto.

L’evanescenza dei miei pensieri e’ piu’ forte della mia volonta’,
di questo, urlo a me stesso, si puo’ morire.

Il canto di un bambino per strada mi distoglie da queste considerazioni,
che so essere leggere, ed effimere.

Nella stanza, dove mi contorco come una farfalla fissata con uno spillo,
c’e’ solo un tavolino di ferro battuto,
un orologio che segna ore che non sono.

Mi fa male la faccia
(la mascella di un asino, spezzata, che sbianca
sotto un sole bianco accecante)
dal tanto piangere
e, mio dio, non vorrei essere solo, ora.

Ombre maculano la mia pelle, la luce ne risalta i difetti,
mentre gli sterili residui della mia metafisica
si dissolvono nei piani di una coscienza perduta.

Vorrei avere un coltello per eliminare quest’insopprimibile inadeguatezza.

Qualcosa, non so cosa, si muove dentro di me.

Il repentino collasso delle mie fragili illusioni mi atterrisce.
Vorrei alzarmi;
dovrei, forse, dormire.

E poi fu la notte, puntuale come un’amante fedele,
che viene, in punta di piedi, a bussare ai vetri della finestra.

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