Preghiera

Con la folle frenesia della bestia in calore
in virtute, virtus –
mi faccio il segno della croce,

nudo
davanti
a quel dio di legno,
con quella pancia incavata
e gli stinchi affilati
e il costato come una gabbia spalancata sul fondo
che fissa afflitto il nulla ch’egli evade,
da un laddove ch’io mai concepirò.

Con ascia e pialla ne correggerò
proporzioni e forme:
il pieno sarà vuoto, il vuoto sarà pieno
e forse verrà fuori l’Anticristo
o solo un uomo come chiunque altro.

Nella carne trovano agio vermi e piattole,
nella carne bene alberga l’Orrore.

Lui, impassibile, il feroce procreatore, che mai ribatte,
neanche dinnanzi al figlio che torna, servile verme, le mani
congiunte e sguardo che cabra
ad incontrare quell’indifferenza celeste
quel malcelato dispregio.
Certo, noi – l’umana razza – abbiamo scagliato nel fango
il Verbo, abbiamo adorato il vitello d’oro, abbiamo
edificato Sodoma e Gomorra, ci siamo schierati
dalla parte del Gran Verme
e ora indugiamo, nella spianata di Meghiddo, in attesa
che Tutto Accada, nascosti
– noi, vipere e serpenti –
sotto un sasso
o un albero morto.

Giuda Iscariota, fu l’unico uomo tra i tuoi seguaci:
sì, lui, il traditore, l’infame dallo sguardo ritroso,
finito appeso di sua stessa mano
perché aveva compreso che l’anima val più di 30 denari.
Fu questo e non altro: aver quasi regalato
qualcosa che ha ben più valore.

Potessimo almeno farlo a testa alta
dire: non ho paura del buio
né di un ipotetico inferno: cosa può esser peggiore
di questa esistenza smerciata, sopravvissuta, subìta?

Di questa esistenza senza Dio?

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