Timor panico

E’ questa l’ora
in cui il cuore umano arretra
e si smarrisce nelle oscurità opprimenti,
mentre, le ginocchia a terra,
o magari con un sorriso fasullo sulle labbra,
dici: “Io sono già venuto da queste parti, non molto tempo fa”,
guardandoti attorno e trovando solo
un orizzonte piatto come l’e.c.g. di un morto,
piatto e monotono,
privo di punti di riferimento, a parte alcune lontane colline,
ricoperte di pietra nerastra, che sono forse
un tremulo miraggio,
l’aria oscillante
che gioca a tradire i sensi,
e un silenzio – oh, il silenzio! –
che pesa di più di tutte le pietre
di questa pianura.

Hai davanti solo un sentiero roccioso e per rotta l’infinito:
non è questo il momento per avere una crisi di panico.

Perchè questa
è l’ora della sera
in cui i lampioni plasmano globi di luce gialla:
impalpabili galassie, solidificate
in sfere velate;
l’ora delle figure in nero
che corrono in punta di piedi,
i loro occhi ciechi inondati da corpi e facce
e ancora corpi e ancora facce:
l’orrore a cui non si può sfuggire!
Eed è questa l’ora in cui sogni di stare
in piedi su una spiaggia battuta dal maestrale,
per compagni i gabbiani che stridono controvento
e lontano, nella foschia salmastra,
il gemito spaccacuore di una boa.

Tempo di veder tornare i pescherecci con le stive piene di pesce:
la messe raccolta copiosa ancora una volta.

Me l’avevano detto: non correre dove tutti temono anche solo
di andare in punta di piedi;
“ricorda”, dicevano, “persino il tuo miglior amico ti osserva
come osserverebbe
qualcuno da pugnalare,
complice la notte
ed una luna squilibrata.”

Noi siamo in un gheriglio di noce
perduto in mezzo ad oceani di spilli.

O mare, ingrato mare,
accogli la chiglia del nostro vascello, ascoltala
fender l’acqua schiumante, gemere dell’affronto sterminato,
procedere fiera,
portando questi uomini verso prode lontane;
e nè lo scorbuto nè le maledizioni del mare
e nè la nostalgia che fa dei ricordi acido nel cuore –
niente ci fermerà, poichè noi siamo
gli ultimi eredi di una razza maledetta.
Andiamo nel blu-acciaio del mare ruggente,
color del vino, immemore distesa,
alma mater, inferno liquido
verso la spaccatura da dove emerge il sole,
e non curiamoci se è solo una figura dipinta
sul logoro fondale di un teatro in rovina:
a noi comunque non serve più
nè luce nè calore.

Intanto che finiamo la cena riscaldata al microonde
e ci accingiamo a un’altra sera di morte.

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