19 Maggio

Tempeste si raccolgono
aldilà del mare.

Da venti tesi mosse
si sfibrano l’onde,

ma qui
tutto è quiete e silenzio.

Sento

elettricità nell’aria, un fulmine
si sprigiona,
saetta – m’acceca! – di nube in nube.

Un tuono assordante
rulla
sulla spiaggia deserta.

Il maggio diventa novembre,
io divento un grano di rena.

Siedo (quanto tempo sta passando? ore? l’infinito Nonnulla?)
su un pattino, a due passi dalla battigia,
congelato in una vecchia posa in bianco e nero
(virata al seppia, gli angoli consunti):
muovo la mano, ma non vedo altro che
l’aria spostarsi.

Chiudo le palpebre:
è come guardare di sbieco
in un binocolo tenuto alla rovescia:
non ci sono che i miei stessi occhi,
stelle distanti.

Più tardi (quanto tempo sta passando? ore? l’infinito Nonnulla?),
con i piedi contro il termosifone
sto
a fissare la pioggia che cade obliqua
e il cielo color del piombo
così parco di parole.

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