L’atto di resa

Sul tavolo ingombro delle tue cose, le mie cose
non hanno posto; così mi é facile immaginare che,
qualora m’ alzassi e uscissi da questa stanza,
non ci sarebbe incertezza nelle tue dita,
nè il tuo viso s’alzerebbe un attimo.

Allora abbasso gli occhi a fissare, delle mie mani,
valli e promontori
e – stupore! – vedo un’unica lacrima che
(plic)
cade tra pollice e indice.

E’ davvero così arido il mio mare ?

D’improvviso un fuoco che devasta mi avviluppa il cuore
mi s’arrampica su per la gola, m’infiamma la lingua e il palato:
la rabbia di non avere mai niente che sia degno d’esser detto
mi brucia labbra e le guance.
Vorrei alzarmi, davvero!, non essere il solito uomo a metà,
avvicinarmi a te, stringerti disperatamente e
affondare il mio viso accaldato nel tuo seno di donna.

Ma mi limito a socchiudere ancor di più le palpebre
e le mie ciglia, ormai umide, creano
foreste d’ombra.

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