Encore

“Rifiutato petalo mi sento:
secco, maltrattato;
nel silenzio mi osservo, benchè io sia cieco”

(misura il suo dolore a colpi di lingua)

Faceva sogni, Arlecchino,
e i sogni alla fine fecero lui,
mentre Rigel s’alzava sopra le cime dei pioppi.

E mentre era ora un albero, ora un pesce,
ora un aquilotto nell’empireo luminoso
loro arrivarono,
in lunghe file disordinate,
o a gruppi compatti, accalcati
gli uni contro gli altri,
come torma di lupi affamati,
nel fosco livore di un tramonto d’inverno.

I suoi occhi non si aprirono – ora era una fanciulla
con il cuore liberato al vento –
quando essi raccolsero il suo corpo arreso,
nè quando lo deposero ai piedi di un frassino antico,
su un manto di bocche-di-leone e cardi.
Non sentì il bacio tiepido dell’olio santificato,
che gocciolando in stille dense e allungate,
si raccolse in ogni piega della pelle.

Quando fu pronto, un uomo dalle iridi di ferro
estrasse da sotto la cappa un corto pugnale
e si chinò sul petto del Re dei Buffoni.

Poco dopo,
l’alba era un po’ più vicina,
il suo amore residuo rischiarò la notte,
come una stella che nasce.

Si ingigantì la luce occultata.

E se qualcuno ebbe a dire qualcosa
mi piace pensare che fosse
una parola di remissione.

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