19 Maggio

Tempeste si raccolgono
aldilà del mare.

Da venti tesi mosse
si sfibrano l’onde,

ma qui
tutto è quiete e silenzio.

Sento

elettricità nell’aria, un fulmine
si sprigiona,
saetta – m’acceca! – di nube in nube.

Un tuono assordante
rulla
sulla spiaggia deserta.

Il maggio diventa novembre,
io divento un grano di rena.

Siedo (quanto tempo sta passando? ore? l’infinito Nonnulla?)
su un pattino, a due passi dalla battigia,
congelato in una vecchia posa in bianco e nero
(virata al seppia, gli angoli consunti):
muovo la mano, ma non vedo altro che
l’aria spostarsi.

Chiudo le palpebre:
è come guardare di sbieco
in un binocolo tenuto alla rovescia:
non ci sono che i miei stessi occhi,
stelle distanti.

Più tardi (quanto tempo sta passando? ore? l’infinito Nonnulla?),
con i piedi contro il termosifone
sto
a fissare la pioggia che cade obliqua
e il cielo color del piombo
così parco di parole.

05 May 2016

Senilità

Inquieto sognare: creatura d’inferno,
ombra reietta che mi corre appresso, ombra
nell’ombra di malebolge deserte,
come se anche i dannati e i diavoli che lor percuotono
n’avessero uggia e sgomento: ombra
d’ombre.

Ma forse non e’ un sogno,
solo un’impressione fuggente,
qualcosa che del sogno ha la sostanza
e la consistenza d’una lama affilata
sulla pelle nuda.

La fantasia che la senescenza del giorno impone,
un ritrarsi frettoloso dove le brughiere de’ pensieri – un oceano d’erbe sferzate
da un vento che mai si posa –
divengono una selva oscura.

Odio, odio, odio.

Ci fu davvero un tempo in cui il sangue, giovane e caldo, mi scorreva nelle vene?
Ora il mio passo e’ il passo di un vecchio: fragile, incerto,
come se camminassi su un sentiero di cristallo.
Forse dovrei lasciarmi morire, sine speme,
un topo col collo spezzato nella trappola a molla.

Mentre lei parla alla mia immagine riflessa nello specchio
io siedo
senza dir niente, le mani in mano, gli occhi come cerchi di tenebra,
sulla riva del fiume disseccato delle mie intenzioni.

Il cielo e’ sgombro: anche oggi non cadra’ una sola goccia di pioggia.

05 May 2016

Piccola visione

Narciso, di bianco vestito, siede
tra i tamerici in fiore, nel
torbido ed assolato meriggio estivo.
Il Mar Egeo, splendente di schegge di sole
per un attimo lo acceca, ma lui guarda oltre,
con un sorriso lascivo nel volto sensuale,
nel nucleo ardente del piu’ rovente desiderio:
celebrazione di pura ebrezza.

Ed io, vecchio e stanco, lo fisso da dietro un roveto
io, che i miei lombi non danno piu’ sperma, ma
pendono inutili e morti tra le mie gambe,
storte e avvizzite.
Io, che ho sanguinato sotto le mura di Atene la Bella
il di’ in cui i persiani invasero le brulle piane di Grecia.
Io, che non ho mai conosciuto il sollievo di labbra che amano
ma solo quello di labbra che feriscono per non amare.

Ne’ morto ne’ vivo guardo Narciso tuffarsi tra l’onde placide;
lo guardo fremere un attimo, e lasciare che il desiderio scivoli via
in volute lattiginose, bianco-perlacee.
Ne’ morto ne’ vivo
offro cosi’ al mio cuore avvelenato dal rimpianto
una visione di eterna fanciullezza.

Ce sera pour une autre fois.

05 May 2016

L’odio

Che sorriso le si è rappreso sulle labbra,
un grumo di sangue maledetto!

I pendenti di perle e argento scintillano della luce obliqua del sole che,
tra i listelli della veneziana, intaglia con lame polverose
l’aria immobile della stanza.
Lei, vergine senza velo, siede in fondo al letto,
con i piedi immersi in acqua mista ad aceto,
per lenire il dolore di un lungo cammino
che non ha mai avviato.
Vicino alla sua coscia una sigaretta muore nel portacenere,
consumandosi velocemente per la brezza che entra dalla finestra
che s’offre al giardino inargentato di luna.
L’aria effonde odore di tempesta:
ancora non ha iniziato a piovere,
anche se sul mare gia’ s’assiepano
banchi di nera ovatta.

L’eco di un tuono spezza il ritmo del suo respiro,
spargendosi in una vibrazione profonda, e – come per un incantesimo –
calma la sua gelida rabbia.
E lei si quieta,
espirando oceani di parole mai dette
poi inizia a cantare in silenzio, a ballare immobile e a mimare i gesti
dell’odio.

Lui, in un’altra stanza si rigira inquieto nel letto,
con la testa che gli arde di sogni disarticolati e folli.
Uno scorpione (i suoi occhi, come fari d’avvistamento, sciabolano
a destra e a sinistra)
si introduce nella sua bocca e lì
depone le sue uova.

Lei sospira lievemente,
tormentando l’orlo del vestito con mano gelida
e insicura.

Si guarda attorno e non trova niente di familiare:
solo materia su materia.

05 May 2016

Non socializzare

Dentro,
fuori,
dentro,
fuori…

e l’atto della respirazione si fa sempre più difficile, ostacolato
dall’improviso collasso e dalla conseguente caduta
nello psicopantano
in cui
tale carne, confusa dalla mia
immobilità –
quasi che essa fosse un predatore
che affida l’esito della predazione alla capacità di rilevare
il minimo movimento,
mi ha costretto.

Stacco: carrellata a seguire.

“Se tu fossi più alla mano nessuno direbbe male di te. Dovresti
socializzare, tutto qui. Ci vuole davvero poco per
farsi amare.”

Primissimo piano: occhio aperto poi chiuso poi aperto di nuovo.
Tempo: sei millisecondi netti.

Non me la sento di
non me la sento di
(no!)
di sedere
alla loro tavola, sedere alla
(o signore non son degno di sedere alla tua tavola ma.)
loro tavola,
ipnotizzato dal ronzio dodecafonico
del nulla e poi
io sono
anche io
anche io
il
nulla.

Lasciatemi in pace.

05 May 2016

Ni de leis no-m volh estraire

Ai las,
Ai per que-m fai tan mal traire ?
qu’ilh sap be de que m’es gen
qu’el seu pretz dir e retraire
sui plus seus on piegz en pren
qu’ela-m pot far o desfaire
com lo seu no li-m defen
ni de leis no-m volh estraire
si be-m fai morir viven.

E tu mi fai tremar le vene e i polsi,
mentre il respiro della pioggia, lievesospirante,
viene fuggiasco alla mia pelle,
a calmare questo mai addolcito male, che s’aggrega
con forza dietro la fragile velatura del mio volere.

S’esforça ma dolor!

Due occhi
– che occhi non sono, ma sfere perfette di marmo screziato –
misurano il lento movimento del mio divenire,
in scatti concentrici,
lesti e nervosi.

Nella sala un terzetto d’archi esegue un timido Chopin,
così poco adatto ad una notte
di rese e lotte.

L’inevitabilità di questa sera di ottobre mi annulla,
scivolando sulle mie limitate prospettive,
portando l’odore di foglie secche che bruciano
e il suono risolutivo d’una porta sbattuta.

Il soffitto ha il colore di un cielo in tempesta:
non ci sono ombre a delineare le cose.

All’improvviso, da dietro gli orli di questa piana di tetti,
rotola il borbottio di un tuono:
tintinnano appena i vetri della finestra
e vibra l’esile diaframma dell’anima mia,
stanca;
si attenua il brusio degli spettri,
che ancora si attardano sul tè e sui biscotti,
disposti su piatti orlati d’azzurro,
(perché questi sono il mio corpo e il mio sangue)
tra la teiera e le tazzine di fine ceramica.
(offerti in sacrificio per voi)

Mi guardo alle spalle, come se qualcuno m’avesse chiamato,
ma c’è solo lei, seduta davanti all’ovale luminoso dello specchio;
sotto il pettine vibra pelo di belva color dell’ebano,
le cui punte immagino elettriche,
ardenti.
“Se solo potessimo essere due granelli di rena
perduti sul fondo del mare …”, sussurro,
ma lei sembra non aver udito le mie parole,
che infatti precipitano sul pavimento
come uccelli dalle ali spezzate.

Dovrei uscire subito da questa stanza,
invece di rimanere qui,
con l’ottusa tenacia di una marionetta,
dimenticata
nell’angolo più buio e polveroso
di una soffitta deserta;
o dovrei ascoltare le mie stesse inutili digressioni
e poi ribattere, a vuoto e assenza,
con altrettanto inutili considerazioni?
O forse dovrei unirmi a loro, gomito a gomito
con pazzi e assassini,
ma sempre per dire qualcosa a qualcuno,
che nemmeno fingerebbe di ascoltare;
e – in fondo –
non dire niente di ciò che meriterebbe d’essere detto
e non tacere niente di ciò che sarebbe meglio tacere..
E quando tutto fosse finito,
(detta l’ultima parola, espirato l’ultimo silenzio)
giocare un’ultima partita a scacchi, dall’esito scontato,
e perduto il re,
chiudere la scacchiera e capire
che é ormai troppo tardi,
anche per un’ultima stretta di mano.

Mentre il tempo passa, marcato da contrappunti di tuono,
io mi riverso nel vuoto ceduto al mio orrore,
in un distacco tanto definitivo quanto formale.
E l’ultima cosa che vedo, con avvilente chiarezza,
é il pavimento che mi s’addossa veloce.

Più tardi sono in riva ad un mare irato e rumoroso;
alle mie spalle, distese d’erica in fiore.

05 May 2016

Nekros

L’idea dell’artista la cui arte nasce dal dolore
mi nausea,
ciononostante ammetto d’esser
stato spesso attratto, in passato,
da certe figure impegnate a languire in grandezza oscura, distinte
nella malinconica gloria dell’arginare le mareggiate
dell’impietoso Nulla.

A conti fatti
solo l’eterna logorrea di perdenti, la patetica reazione
degli storpi-nell’anima,
il cui cuore batte a vuoto.

“Non riesco ad accettare
né l’amore del liocorno
né l’odio dei maurocordati.”

Cercandosi in parole come:
”E’ un uomo davvero sensibile. Ce ne son pochi
così perbene. Sempre col pianto in agguato nell’occhio, per
un’Idea o un proposito per cui valga la pena di
morire.”

Dirò: dov’è virtù nell’esser portati
a rimestar nelle discariche dell’animo umano?

Non c’è bisogno che
mi si veda nell’atto defecatorio
o mentre m’ingozzo del pane quotidiano
o mentre faccio del mio meglio, invano,
per render vana ogni vile profezia.

Non c’è bisogno che
mi si veda
inginocchiato su un pancale di pino,
mentre cerco di credere al balbettio del mio pregare,
tentando di
non schiantare in un ghigno scalcagnato
allorché sollevo l’occhio
a rimirar l’uomo di legno inchiodato ad una croce.

05 May 2016

Miserrima

Solo.

In una selva di lame spezzate,
di lingue disseccate,
di cuori divelti. Sono

uno stelo reciso,
straziato da intenzioni nevrotiche, poi
– passata la crisi di pianto – deposto,
sul ripiano ghiaccio
d’una tomba ignota.

Non c’è danza né colore,
non c’è danza né colore.
C’è solo
suono,
il suono di un silenzio ostinato.

La luce è presente sotto forma di immobili posture di resa.

Patetico sottrarsi…

Ultimo sole di un universo che collassa,
digradante
al di là del livido confino,
oltre gli eterni declivi.

05 May 2016

Marzo

Del cielo, oggi, non mi fido:
nubi color del gesso umido
piatte alla base, vaporose in cima,
fanno promesse di pioggia e vento.
Così ci affrettiamo sotto un porticato
dove trovano riparo gli ultimi raggi del sole
e drappeggi d’ombra.

Un tuono lacera il silenzio della piazza deserta.

La musica metallica di un organetto meccanico ci tiene compagnia,
mentre aspettiamo, in silenzio,
che inizi a piovere.
Ma il cielo sembra aver deciso di trattenere un pò più a lungo
il suo pianto.

Sul mare, in direzione delle Cinque Terre, un rullo di tuoni,
poi il silenzio.
L’organetto riprende da capo la sua canzone inceppata.

E io mi sento come il suo rullo dentato,
che s’adatta ai fogli forati:
come lui eseguo sempre le solite melodie.

Lei, mentre io parlo di niente e di nessuno,
annuisce con lo sguardo perso nella luce livida e spenta,
in un gesto di gentile indifferenza.
O Dio, perché non piove?

05 May 2016