Senza parole

Nessuna parola d’amore per te, stasera:
non diro’ niente dei tuoi occhi, della tua
voce, della tua presenza in ogni mio pensiero.

Nessuna parola d’amore per te, stasera:
che cio’ che sento rimanga quieto
e di sfondo, come il respiro del mare.

02 May 2016

Numero 246

Di notte le stelle
compagne fedeli
perforano il cielo
d’oscuri dilemmi.

Aria cristallo
sul deserto dipinto
trascinerà lo sguardo
verso galassie lontane.

Il cuore è assopito
a tratti ferito
e la mente divora
fino all’ultimo ricordo.

02 May 2016

Quiete senza tormento

Dopo la corsa sulla sabbia rovente
dopo il riposo all’ombra dei pini
dopo il sonno che giunse leggero
torno’ di freschezza dolce la sera
e nel cielo d’ebano intarsiato
brillarono a miliardi di stelle i fuochi.

E fu quiete senza tormento.

E il vento parlo’ bisbigliando nella macchia
dove le sabbie s’univano alla bassa boscaglia
e le sue parole furono vortici di rena leggera.
Il mio sonno si interruppe, vacillo’ la mia attenzione
e cio’ che vidi – attraverso il velo tremante del mio pianto –
fu il ritrarsi improvviso del mare
e il colore dalle mille sfumature del cuore del cielo.

“E’ tempo di aprire gli occhi, tempo di vedere
e guardare, osservare, analizzare,
tempo di partire il nero dal bianco
e di dire e’ tempo di proseguire.
Questo e’ tempo di livellare meriti e accuse
e di dire spezziamo le catene che ci affinano a cio’
che ci costringe a subire un’esistenza di pavidi spettri.

Tempo di vivere, tempo di vivere”

Poi cadde la sua voce che non si udiva,
s’arrotolo’ nel gioco dell’onde
fremette, e tacque.

In questa quiete non c’era tormento.

Dopo di che qualcosa striscio’ nella vegetazione,
m’aggredi’ alle spalle, anche s’era di fronte a me:
breve la lotta si consumo’ in una radura
senza che un solo atto di forza o di resa si compisse.

Fu cosi che perdetti la gravita’ della carne
e la mobilita’ del pensiero
e la mia vera essenza brillo’ nella notte
come una di quelle stelle cosi vicine e cosi lontane.

Quiete senza tormento.

02 May 2016

Una piccola visione

Narciso, di bianco vestito, siede
tra i tamerici in fiore, con un flauto
in mano, nel
torbido ed assolato meriggio estivo.

Il suo pensiero scivola alla fanciulla dai capelli d’alghe,
la giovane figlia del mare
che ebbe un di’ di maestrale.

Il Mar Egeo, splendente di schegge di sole
per un attimo lo acceca, ma lui vede oltre
con un sorriso un po’ lascivo nel volto caprino,
nel nucleo ardente del piu’ rovente desiderio:
celebrazione di pura ebrezza.

Ed io, vecchio e stanco, lo fisso da dietro un roveto
io, che i miei lombi non danno piu’ sperma, ma
pendono inutili e morti tra le mie gambe,
storte e avvizzite.
Io, che ho sanguinato sotto le mura di Atene la Bella
il di’ in cui i persiani invasero le brulle piane di Grecia.
Io, che non ho mai conosciuto il sollievo di labbra che amano
ma solo quello di labbra che feriscono per non amare.

Ne’ morto ne’ vivo guardo Narciso tuffarsi tra l’onde placide;
lo guardo fremere un attimo, e lasciare che il desiderio scivoli via
in volute lattiginose, bianco-perlacee.
Ne’ morto ne’ vivo
offro cosi’ al mio cuore avvelenato
una visione di eternità.

Ce sera pour une autre fois.

02 May 2016

Benedizione nera

Cheta
acqua sei.

Io:
ponte
crollato.

Scosso: vortici impetuosi
mi scuotono ancora.

Ti guardo.

Sei essenza che muta: da acqua ferma
a pietra immota, poi
un uccello nel cielo d’inverno,
un’Idea, un Atto,
e l’innominabile pulsione…

Nella boscaglia di rovi e ortiche
sterco di ratto, penne di corvo…
fruscii fra gli arbusti secchi.

Non ho pregiudizi su di te, bambina,
né mi spaventano le tue demonizioni; di te
so tutto, puttana vudù: conosco bene
l’odore svelto del predatore che passa.

Vivi nel nero, o regina straniera:
vesti di nero, nero tulle, pizzo nero
e la tua pelle è pallida e perlacea
e il tuo respiro
è quello d’una tomba sbarrata.

Quando mi baci
sento il fetore di dimore abbandonate
e di sudici sottoscala, e di cantine
murate, dove
s’ammassa quel silenzio oscuro e viscoso
che solo certi luoghi dimenticati
hanno.

Quando mi parli, amore,
sento il richiamo afflitto della civetta
e il gemito del vento di febbraio
quando spira tra i rami nudi dei pioppi.

02 May 2016

La Mantide

Mentre lei dorme, il viso
incastonato nella luce lunare,
simile nella figura ad un’Afrodite
tra le braccia di Orfeo,
la sua mente, ne sono certo,
sta pianificando.

Con l’orecchio vicino alla sua testa
sento trum trum frush frush
e queste, cari miei,
sono idee in produzione di massa.

Imprigionato
tra le lenzuola
(sudario consunto),
mi divincolo,

chiedendomi se sono

in tempo per una rapida fuga.

So di non esserlo. Nessuna illusione di sfuggire
alla sua catarsi.

Lei si muove nel sonno, la carne sua
calda,
rilassata (alla stregua della corda di un arco
a riposo)
,
leggermente scivolosa d’una sottile pellicola
di sudore.

Nei suoi capelli è rimasto il profumo di sale
e anche sotto la curva dei suoi seni.

No, non sono in tempo.

Rimarrò qui, ad alimentare con la mia presenza
i suoi sogni assassini.

02 May 2016

Melanconica

Poiche’ i miei occhi vedono solo
ombre e penombre
e non la luce che ombre e penombre crea;
poiche’ le mie orecchie sentono solo pause e incertezze
e non quel silenzio che contiene piu’ significato di mille parole;

Poiche’ i miei ricordi sono melanconici e sfuggenti:
gesti incompiuti e mai ritrovati, parole sentite e mai ascoltate,
cio’ che non e’ mai accaduto.

L’evanescenza dei miei pensieri e’ piu’ forte della mia volonta’,
di questo, urlo a me stesso, si puo’ morire.

Il canto di un bambino per strada mi distoglie da queste considerazioni,
che so essere leggere, ed effimere.

Nella stanza, dove mi contorco come una farfalla fissata con uno spillo,
c’e’ solo un tavolino di ferro battuto,
un orologio che segna ore che non sono.

Mi fa male la faccia
(la mascella di un asino, spezzata, che sbianca
sotto un sole bianco accecante)
dal tanto piangere
e, mio dio, non vorrei essere solo, ora.

Ombre maculano la mia pelle, la luce ne risalta i difetti,
mentre gli sterili residui della mia metafisica
si dissolvono nei piani di una coscienza perduta.

Vorrei avere un coltello per eliminare quest’insopprimibile inadeguatezza.

Qualcosa, non so cosa, si muove dentro di me.

Il repentino collasso delle mie fragili illusioni mi atterrisce.
Vorrei alzarmi;
dovrei, forse, dormire.

E poi fu la notte, puntuale come un’amante fedele,
che viene, in punta di piedi, a bussare ai vetri della finestra.

02 May 2016

Tornare

T’avvinghi, amore, allo scoglio che
é il mio amore,
dispersa stella di mare
dalle insicure e fragili dita.

T’avvinghi, ma io non
ti do appiglio:
me ne guardo bene!

Poichè quando fosti giovane e forte,
ti era così facile,
e così spesso t’accadeva
di trovare altri mari
e altri scogli.

02 May 2016